«La mia maestra di prima, Rosa Stella, mi teneva in braccio e mi faceva leggere, nelle altre classi, agli altri bambini» questo uno dei ricordi più vivi ed emblematici che Andrea Sciutto, alessandrino, 54 anni, disabile fisico e ipovedente, coniugato, divorziato e padre orgoglioso di un diciassettenne, riferisce volentieri.

È stato un confronto ricco, illuminante, impegnativo quello che, come incaricata dell’ufficio stampa del Popolo della Famiglia, ho avuto l’opportunità di vivere ad Alessandria, in Piazzetta della Lega, sabato u.s., 28 maggio, in occasione del volantinaggio per le amministrative.

Il Popolo della Famiglia, che si presenta ad Alessandria, come in altri 4 comuni del Piemonte e in 28 di altre regioni, si prefigge di creare le condizioni oggettive per sostenere le famiglia in tutte le svariate, gravi, importanti difficoltà che gravano sulla cellula fondamentale della società. Tra queste, senza ombra di dubbio, la disabilità.

Ed ecco perché Andrea, volentieri, con forza, chiarezza ed autenticità mi ha raccontato i momenti salienti della sua vita da disabile divenuto tale a pochi giorni di vita in seguito ad un coma subentrato ad un problema di alimentazione che i medici non avevano individuato, la chiusura del piloro. Chi se ne accorse fu il papà, infermiere, che firmò e portò il neonato in altra struttura ospedaliera, ma troppo tardi per impedire quella interruzione della funzionalità cerebrale che avrebbe compromesso per tutta la vita non solo le condizioni di quell’unico figlio, ma quelle dell’intera famiglia. Come infatti precisa Andrea «Se in famiglia c’è un handicappato (testuali parole che non esita ad utilizzare) la famiglia è handicappata, tagliata fuori».

Occorre tener presente che le misure a sostegno dei disabili sono negli ultimi decenni migliorate, a partire dalla scuola per coinvolgere tutti gli ambiti della società. In questo senso la generazione di Andrea ha fatto da apripista, vivendo lui circostanze favorevoli, laddove esisteva una particolare sensibilità da parte degli insegnanti e delle persone in genere, ma incontrando anche molti limiti in altri ambiti.

È ancora aperta, ad esempio, la ferita inflitta negli anni delle medie, sanguinante per la pesante emarginazione e ricorrenti umiliazioni imposte da due figure di “insegnanti” che Andrea preferirebbe dimenticare. Rassicurante, invece, in seguito, l’inserimento nel mondo lavorativo attraverso un corso professionale da segretario di azienda, che gli avrebbe consentito di svolgere l’attività di telefonista, attualmente in atto, presso il Tribunale di Alessandria.

Ma quali sono i punti salienti, ricostruiti da Andrea, che servono per inquadrare la disabilità come fenomeno umano e sociale ed intervenire attraverso politiche famigliari praticabili e proponibili ad Alessandria, come in ogni altro comune italiano?

Innanzitutto una dimensione culturale. Come infatti dice Andrea, «Le prime vere barriere sono quelle culturali».

In tal senso, oltre alle misure, sia culturali che pragmatiche, già esistenti e che collocano comunque il nostro Paese tra quelli che hanno tentato di valorizzare anche la realtà umana e sociale della disabilità, intesa come diversa abilità, molto altro si può e si deve fare focalizzando gli interventi sulla famiglia, oltre che sul singolo.

Occorre aprire la mentalità, superare ancor di più il pietismo, guardare in faccia la realtà accettando l’idea che un limite imposto dalla natura o dagli accadimenti, imprevedibili ed imponderabili, non deve diventare un marchio che precluda aspettative di vita, desiderio di socialità, pratica della affettività. Occorre essere disposti a guardare l’altro per quello che è, recuperando alla radice il senso della sofferenza e della lotta come valori da potenziare, non da spegnere attraverso i paradigmi di una cultura del politicamente corretto, assistenzialista e incline a favorire l’occultamento della sofferenza, appunto, esorcizzandola e rimuovendola, piuttosto, attraverso l’imposizione di un edonismo assolutizzante che mistifica la vita. La vita va guardata in faccia e la battaglia deve essere resa disponibile anche a chi si muove in carrozzella, ha due soli decimi all’occhio destro, ma proprio da questa speciale postazione guarda alla sua città, alla comunità in cui vive con sguardo profetico.

Andrea, e come lui altri disabili, sono componenti attivi della vita sociale, si candidano alle amministrative, condividono, attraverso i social media, esperienze, proposte, fermento di novità che confermano che la vita si rinnova proprio nell’humus della sofferenza: basta guardarla con occhi diversi. Ovvio che occorre non essere soli, ma questo vale per chiunque. Ed ecco confermato che la famiglia, la comunità cittadina e nazionale sono il contesto in cui ogni persona deve e può essere valorizzata. Non solo in nome di slogan, quali “pari opportunità”, “diritti a tutti i costi”, “lotta alla discriminazione”, slogan di cui l’ideologia si riempie la bocca e tenta di frastornare noi, strumentalizzando anche la condizione dei disabili, di cui di fatto non si interessa se non per candidarli alle pratiche eutanasiche. L’Italia non deve diventare l’Islanda, in cui si è deliberato di intervenire eugeneticamente imponendo l’aborto selettivo alla madre che portasse in grembo un bambino con trisomia. Sono anche questi argomenti che scottano e che persino Andrea potrebbe non condividere. Aver assistito all’ultimo mese di vita del proprio papà, consumato dalla sofferenza per una malattia inguaribile, ma curabile, persino Andrea si dice assertore della necessità di porre fine alle sofferenze fisiche attraverso il suicidio assistito o l’eutanasia.

Per quanto invece attiene alle misure pratiche di intervento a sostegno delle famiglie con disabili Andrea cita  l’esempio di “comunità autogestite” già esistenti in alcune città. Occorre ricordare le importanti iniziative, già collaudate da associazioni quali “Durante e dopo di noi”, progetto nato dall’associazione ANFFAS. In particolare il progetto sperimentale “A casa mia”, che prevede l’avviamento delle persone con disabilità alla convivenza assistita in appartamento. Concepito dalla Cooperativa Sociale “COME NOI” di Mortara (ente gestore ANFFAS) è stato approvato dal piano di zona del Comune di Mortara (PV) come intervento sperimentale di welfare innovativo ai sensi della legge regionale 3/2008, costituendo così un esempio concreto di progetto sociale coerente con i contenuti della Legge 112/2016 (Legge sul “Dopo di Noi”).

Se si mettessero in atto buone pratiche di questo tipo, l’ente comunale potrebbe e dovrebbe ravvisare nella cura dei propri cittadini disabili una risorsa lavorativa oltre che sociale, investendo nella dimensione domestica con aiuti che sollevino periodicamente i famigliari dalla cura del proprio caro, incrementando attorno alla famiglia una rete di interventi che corroborino la vita di essa, “aiutata”, ma anche della comunità “aiutante”. Intorno al “disabile” si dovrebbe proprio potenziare lo spirito di amorevole accudimento che mobilita risorse umane ed economiche ed incentiva a valorizzare la vita e ad investire in essa.

Il Popolo della Famiglia parte dal presupposto che la vita vada difesa dal concepimento alla sua fine naturale, che ogni vita sia degna di essere vissuta, che la sofferenza debba essere condivisa e sostenuta arrivando al paradosso di apprezzarne le ricadute formative, stimolando in ogni essere umano la naturale intrinseca disponibilità al dono di sé. Riportando al centro la famiglia, valorizzando la natalità, restituendo agli anziani e ai malati il ruolo di esempio di saggezza ed accettazione delle prove, rinvigoriremo una società malata perché avvelenata da decenni di cultura mortifera. Il Popolo della Famiglia si fa carico dei più deboli per prendersene cura attraverso misure di cui lo Stato e la società devono assumersi la responsabilità. Il Popolo della Famiglia esiste per aprire gli occhi e farli brillare guardando al futuro.

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