Il lavoro crea la ricchezza, non il denaro.

Ricominciamo a gridare dai tetti questa grande verità, cardine della Dottrina Sociale della Chiesa.

 Il lavoro è il modo con cui ognuno di noi partecipa con i suoi talenti alla vita comunitaria. La domanda che ci dobbiamo fare non è dove trovare i soldi per fare quello che ci serve, ma abbiamo noi le braccia e le menti necessarie per fare ciò di cui abbiamo bisogno? 


La risposta naturalmente è sì, ne abbiamo in abbondanza!La povertà non è aumentata perché c’è meno lavoro, ma perché abbiamo tante potenzialità a cui viene impedito di esprimersi. Abbiamo tantissimo lavoro da fare, anche urgente: infrastrutture, sicurezza, strade, ospedali, scuole, ricerca, servizi, formazione, beni culturali ecc… e milioni di persone in età lavorativa che non lavorano.


Questo è un paradosso inaccettabile.


Il credito, questo strumento fondamentale che dovrebbe servire allo sviluppo, a dare fiducia al lavoro, alle idee e alle imprese, segue troppo spesso la strada del dare valore alle cose sbagliate, andando a gonfiare titoli finanziari, a danno del sistema produttivo. Il fine del lavoro non è fare soldi ma costruire la casa comune, dove tutti hanno qualcosa da portare, dal piccolo operaio al grande dirigente. In quest’ottica ogni lavoro è un’arte, ogni mestiere è un ministero, e l’esperienza, che è la più grande delle competenze, dovrebbe essere un tesoro da custodire e tramandare, non un costo da tagliare. La leggerezza con cui si valutano le persone in termini di costi e benefici, la pessima abitudine di vedere negli anziani e nei malati solo dei pesi per la società, e nei nuovi nati dei nuovi consumatori e inquinatori del pianeta, è frutto di una prospettiva che mette al centro il denaro invece del lavoro.
Questo va rimesso in discussione.

E’ la comunità che deve tornare a decidere cosa ha valore, per cosa vale la pena di impegnarsi. Nel calcolo del PIL vanno considerati tutti quei beni materiali e spirituali che abbiamo scelto di considerare come decisivi per il benessere della comunità.


C’è poi la drammatica urgenza di recuperare la formazione umanistica delle persone come antidoto alle illusioni tecnocratiche, perché la povertà e il sottosviluppo non sono il risultato di mancate riforme e di razionalizzazioni ma semmai della mancanza di cultura e di libertà.


Il Popolo della Famiglia con il candidato sindaco Damilano intende garantire per Torino l’applicazione di questa visione illuminata, che ha ispirato i grandi imprenditori, non i miopi speculatori. Torino sarà bellissima quando rilancerà le piccole imprese, a partire da quelle famigliari. 

Ne riparleremo prossimamente…

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